di Marco Agustoni

 

L’appuntamento con Bondi Ink Tattoo Crew è tutte le domeniche alle 21.15 su Sky Uno. Nel frattempo, gli appassionati di tatuaggi che volessero ingannare il tempo in attesa del prossimo episodio, possono divertirsi a scoprire i tattoo di uno dei più significativi esponenti del panorama hip hop italiano. Stiamo parlando del torinese Ensi, in uscita il 1° settembre con il nuovo disco V: ecco l’intervista.

 

Partiamo dai tatuaggi: quanti ne hai?

Sono un appassionato di tattoo, al momento ne ho due. Uno è dedicato a mio figlio di due anni, fatto da un tatuatore romano che si chiama SNT, e significa “non ho più paura di morire”, con la data e il nome. E poi ne ho un altro di qualche anno fa, “It was only a dream”, ovvero Era tutto un sogno, come il mio vecchio disco.

 

Hai in programma di aumentare il “parco tatuaggi”?

Ne farò altri, sicuramente, perché ci sono dei ragazzi che fanno davvero delle opere d’arte.

 

Magari qualcosa solo “per bellezza”, al contrario di quelli che hai già?

No, tatuaggi solo per estetica non li farei. Per me i tatuaggi devono avere sempre un perché.

 

Un’ipotesi?

Ho intenzione di farmi tatuare uno scorcio del mio quartiere, Alpignano, che è lo stesso che si vede sul retro del disco. Tra l’altro è lo stesso posto dove ho fatto le foto per il mio primo disco, Vendetta, che l’anno prossimo compie dieci anni.

 

Che tipo di tatuaggi ti piacciono, al di là di quelli che faresti su te stesso?

Mi piacciono i tatuaggi realistici. Non tanto quelli colorati, preferisco il monocromo, anche se fa un po’ “carcerato” (ride). Mi piace il lettering, infatti i tatuaggi che ho per ora sono tutti solo lettering.

 

 

Arriviamo al disco. V: un titolo che ha tanti significati, ma uno speciale…

È l’iniziale del nome di mio figlio, Vincent, a cui ho anche dedicato un pezzo dell'album. Ma dopotuttto gran parte di quello che non c’è nel disco, anche quando non parlo direttamente di lui, è filtrato attraverso questo mio nuovo status di padre, che ti ribalta le priorità e la percezione delle cose. Questo, assieme a un processo artistico, mi ha aiutato a maturare a livello umano. Tra i miei colleghi, così come nei miei amici, non ce ne sono molti che hanno dei figli. Capisco tutte le difficoltà che impediscono di prendersi questa responsabilità, però mi viene anche da dire che forse dovremmo ripigliarci.

 

Ti sei preso tre anni tra il disco precedente e V, che da un punto discografico è insolito…

Il tempo tra Rocksteady e questo disco, per la discografia, è un tempo biblico. Ma in realtà è un tempo naturale, perché tre anni quando hai un figlio volano. Ho anche percepito che stavo rimanendo indietro, lo capisci dai social network e dal tuo seguito. Però non ho un ego così smisurato da voler rimanere sulla bocca di tutti sempre, voglio prendermi il mio tempo per fare le cose per bene. Soprattutto per il rap, dove racconti ciò che hai intorno, se non vivi che cosa racconti? Infatti mi sembra di sentire molte cose standardizzate, in giro.

 

Il fatto di avere un figlio ti fa sentire più responsabiledi quel che dici nelle canzoni?

Questa cosa l’ho sempre avuta, ho sempre cercato di dire le cose in una chiave propositiva. In questo disco non c’è spazio per rose e fiori, sono molto incazzato, ma c’è sempre una doppia valenza in quello che dico, non sono negativo in maniera distruttiva. Ma diventare padre mi fa anche vedere le cose per quello che sono, per cui ho espresso i concetti che sentivo con brutalità.

 

 

Nel disco c’è il presente, ma anche diverse “istantanee” dal passato come in Ribelli senza causa: è un modo per rimanere in contatto con quegli anni della tua vita?

In questo genere la longevità è un pregio, quindi ci sta, dopo dieci anni di carriera, fermarmi a raccontare i momenti passati. Altrimenti mi perdo per strada, mi dimentico da dove arrivo.

 

In Sì, come no rimandi al tuo periodo da freestyler, però negli anni hai dimostrato di essere anche un songwriter. Nella tua scrittura è però rimasto un po’ questo approccio “improvvisato”?

È cambiato anche il mio modo di fare freestyle. Prima per me era importante schiacciare l’avversario sotto uno schiacciasassi, ma era anche un altro contesto: il freestyle era uno dei pochissimi modi per farmi conoscere. Ho capito di avere una skill e l’ho portata all’estremo. La mia abilità nell’improvvisazione mi ha reso celebre, ma è anche stata la mia spada di Damocle, perché si è detto in passato che sono più incisivo nel freestyle che nei dischi. Ma penso di avere dimostrato, soprattutto con questo ultimo album, che non è così. Il mio approccio da freestyler, comunque, mi è soprattutto d’aiuto nei pezzi meno immediati, per così dire meno profondi, come potrebbero essere Boom Bye Bye e Sugar Mama, dove cerco di stupire con le rime e con i giochi di parole. In concerto, invece, è come il momento di improvvisazione in un concerto jazz.