di Fabrizio Basso
(@BassoFabrizio)

L'architetto di MasterChef 2017 ha subito oltre il danno, la beffa. Perché Gabriele Gatti si è tolto il grembiule poco prima di una prova in esterna che lo avrebbe visto protagonista: forse più dell'eliminazione gli spiace non essere stato parte della preparazione del Gran Bollito Piemontese di Marene. Lui che è di Torino, per altro. Ma tolta questa sfumatura, il quarantasettenne piemontese ha solo parole belle per MasterChef, che torna su Sky Uno ogni giovedì alle ore 21.15. Lo abbiamo incontrato e intervistato.

Cosa le resta di MasterChef
Una esperienza sicuramente unica, una cosa incredibile, fortissima, bella, molto stressante: ci ho perso 8 chili.
Se questo è il risultato bisogna far gareggiare chef Cannavacciuolo.
In effetti...
Come ha vissuto l'esperienza?
Ho affrontato tutto il percorso in maniera quotidiana senza crearmi aspettative, scoprendo ogni volta di avere fatto un passo in avanti.
Rigoroso.
Mi sono imposto di essere me stesso il più possibile. Il mettersi in gioco partecipando a un talent è mettersi in gioco in prima persona e non un alter ego o creare un altro me che è personaggio.
Perché ha partecipato?
Gli amici mi hanno convinto, una amica lo scorso anno mi ha quasi costretto.
Quando si è deciso?
Una sera a casa ho visto passare i titoli di coda del programma e mi sono iscritto.
Mai avuto rimpianti?
Non ne ho generale, il vero rimpianto sarebbe stato non iscriversi.
Lei è architetto: la formula per eliminare il mappazzone?
Difficile. Non dimentichiamo che si parte da un livello dilettantistico. C’è una gara, c’è lo stress da gestire. L’impiattamento è l'ultima cosa e si aggiusta alla fine. Forse bisognerebbe ridurre gli ingredienti.
Vorrebbe aprire un locale e chiamarlo Santo Palato 2 0: giusto?
Come ha detto poco fa, faccio l’architetto, mia moglie insegna storia dell’arte. Ho una predisposizione a un ambito. Guardando le Avanguardie, il Futurismo mi ha colpito ma più che per il periodo storico in cui si è affermato, lo vedo proprio come una Avanguardia che ha rotto gli schemi, si è declinato in mille arti.
Chi sono per lei i Futuristi in cucina?
Sono pazzi e oggi, un secolo dopo, seguiamo ancora i loro sentieri. Sono stati i primi a dire mettiamo la frutta nella carne, facciamo pietanze che siano anche belle. Gli chef stellati nelle loro cucine fanno una interpretazione moderna di queste idee. Si conosce poco del loro percorso storico.
Dica.
Hanno tolto le cucine dai semi interrati mettendoli al centro dei ristoranti, portandoci la luce: un piatto oltre che buono deve essere bello. Bisogna cucinare con criterio. Alcuni futuristi erano così esagerati che dettavano gli orari per le infusioni.
Facevano anche avio-cene.
Eccome, col rumore degli aerei in sala. Si mangiava senza forchette, i piatti venivano abbinati a cocktail, quasi disgustosi per l’epoca. Forse difficile anche oggi nel contemporaneo, ma oltre all'idea del menù, che si poteva reinterpretare, era il pensiero che era rivoluzionario.
Lei cosa vorrebbe fare?
Non un luogo fisico che sia ristorante. Vorrei organizzare una serie di eventi dove la cena sia il tema. Un momento aggregativo che tramite la sinestesia permetta una percezione di quello che si sta mangiando in maniera nuova, ma non nuova per la tipologia di piatto ma perché stimolare i sensi porta nuove sensazioni.
I giudici cosa le hanno lasciato?
Ogni giudice mi ha dato qualcosa. Personalmente mi sento vicino a Cannavacciuolo. Cracco mi ha fatto crescere. Barbieri ha un tecnicismo che mi stupiva sempre, capiva gli errori solo guardando un piatto. Cannavacciuolo ha un palato unico: individua ogni ingrediente.
Chi vincerà?
Tifo per Valerio. Ma anche Cristina può farcela: è una atleta ed è abituata all’agonismo.
Ha già proposto nella sua cucina qualche piatto di MasterChef?
Non ancora ma le dico che mi ha stupito quello delle ostriche scottate venti secondi, impanate con noci di macadamia e poi piselli e ceci.