di Fabrizio Basso
(@BassoFabrizio)

La dialettica del tatuaggio. Prima che lui parli attraverso il corpo di lui bisogna parlare attraverso un confronto dialettico col tatuatore. Che oltre ad essere artista deve essere anche pedagogo. Lo è di certo Mario Corallo che nel suo Tattoo Shop 404 prima di far funzionare gli aghi fa funzionare il pensiero. Lo abbiamo intervistato aspettando la finale di Ink Master, domenica 18 dicembre alle ore 21.15 su Sky Uno.

Mario come è il tattoo 2.0?
Personalizzato. Quello degli anni Novanta, quando io ho iniziato a tatuarmi, era a catalogo: lo sfogliavi e sceglievi il disegno che più ti colpiva.
Lei come si pone verso il cliente?
In primis non lo forzo. Una transazione c'è sempre ma le dico che oggi vengono con le idee chiare.
La regola è personalizzare.
Certo. Se qualcuno vuole la farfallina perché la aveva vista a Belen non c'è molto da chiacchierare ma quel che conta è fargliela speciale, dare quel tocco che la rende unica.
Dietro a un tattoo spesso ci sono delle belle storie.
Quasi sempre. Gliene racconto una: una cliente ha voluto una caffettiera per protestare, a suo modo, contro la frenesia quotidiana.
Il messaggio come...filtra?
Oggi al bar si ordina il caffè, lo si attende con la bustina del caffé già aperta e si ingoia e si riparte di corsa. Lui vuole recuperare il rito del caffè. Caricare la caffettiera, attendere il rumore che fa quando il caffè esce. Poi la tazzina, il profumo. Sotto la caffettiera ha voluto un teschietto perché ha subito un lutto, che in qualche modo lo collegava al rito del caffè, e ora porta con sè questa bella storia.
C'è chi si pente?
Il tatuaggio non è una borsetta che si cambia. Comunque capita. C'è chi se li copre, chi li modifica, chi è più drastico e ricorre al laser.
Come responsabilizza un cliente?
Recentemente sono venuti quattro ragazzi, hanno chiesto un piccolo tatuaggio uguale per tutti. Una volta ciò accadeva quando andavi a Londra: tornavi con un orecchino, un tattoo e una pinta di birra. Due di loro lo volevano sulla mano e mi sono opposto.
Perché?
A vent'anni non puoi tatuarti le mani. Non sai che strada prenderà la tua vita. Io i tatuaggi sulle mani li ho fatti a 40 anni.
Perché si diventa tatuatori?
Me ne stavo facendo uno e il tatuatore mi sembrava fighissimo, affascinante. Lì ha iniziato a germogliare l'idea.
Che ha fatto?
Sono andato quasi un anno a bottega. Nessuno ti può insegnare. Osservi, rubi informazioni...come avveniva nelle vecchie botteghe dei maestri.
Prima o poi bisogna pure iniziare...
...io andavo da un macellaio nella zona di San Gottardo a Milano e mi facevo dare le pelli del maiale: lì provavo, mi sono giurato che non avrei toccato un cristiano finché non mi fossi sentito sicuro.
Quando è successo?
Ho fatto la cavia di me stesso. Mi sono tatuato da solo la gamba e il braccio destri. Ho mandato le foto al mio maestro e mi ha detto che ero pronto.
Ed è nato il suo Tattoo Shop 404.
Quello dei tatuaggi resta un mondo artigianale anche se le tecniche si affinano. Io sono favorevole all'ingresso della Sanità nel nostro mondo. Oltre alla qualità del lavoro viene così garantito anche il servizio igienico. Gli aghi sono mono uso, le macchinette curate...c'è molta attenzione ed è giusto così.
Ricorda il suo primo tattoo?
Un draghetto col sole nascente. Non c'è più, è stato coperto.
L'ultimo?
Un quadro col ritratto di Bud Spencer. Sono molto vicino alla sua filosofia di vita.
Siamo sotto Natale, il tatto è anche un regalo?
Capita ma in generale le dico di no. Puoi trovare la copia che si regala un tattoo ma non è ancora visto come forma di regalo. Noi lavoriamo come gli altri periodi dell'anno.