Dopo Annalisa, è Manuel Agnelli l'ospite della puntata numero diciasette dell'Edicola Fiore, in onda martedì 1° novembre. Il musicista, scrittore, produttore discografico e frontman di un gruppo che ha fatto la storia del rock alternativo italiano, gli Afterhours, sarà un ospite disturbatore come ama definirsi nelle vesti di giudice di X Factor? Non resta che scoprirlo su Sky Uno in diretta alle 7.30 e nella versione speciale serale rieditata alle 20.30.

 

Attraverso il suo album intitolato “FOLFIRI O FOLFOX”, uscito a giugno con Universal, Manuel Agnelli racconta del suo mondo e di quanto gli è accaduto negli ultimi anni. Racconta del significato profondo di questo lavoro fatto con i suoi compagni di viaggio e della sua voglia di essere felice.

 

"Gli ultimi quattro anni sono stati densi di cambiamenti a volte naturali e necessari, a volte laceranti. Ho perso mio padre che era da poco ridiventato il mio migliore amico. L’ho perso dopo essere stato al suo fianco con tutta la mia famiglia e averne seguito da vicino il calvario. Non ero abituato e non lo sono ancora ad un mondo senza di lui. Quando sono arrivato io, lui era già qua. L’universo e l’esistenza per me significavano la sua presenza. Mi sono trovato improvvisamente in mezzo all’oceano, da solo, senza terra in vista. Definitivamente adulto. La vita è cambiata, i valori sono cambiati, le cose che mi interessano sono cambiate. Non ho capito subito come affrontare questa sorta di rivoluzione ma naturalmente vedere la morte ti fa venire voglia di vivere. Non è niente di nuovo, succede alla maggior parte di noi quando ci avviciniamo ai 50 anni, ma io sono più fortunato perché posso usare la musica per cercare di spiegare a me stesso come mi sento, reagire, buttare fuori le tossine, riconoscere l’energia e, soprattutto, non andare in panico. Parlandone agli altri ho scoperto che nel gruppo stavamo passando tutti attraverso lo stesso sconvolgimento. Ognuno a modo suo, naturalmente, perché sono cose molto private. Così eccolo qua un disco sulla morte e sulla vita, sulla malattia e sulla “cura”, sulle domande senza risposta, sull’egoismo che ci fa sopravvivere, sulla rabbia e sulla felicità, sulle chiusure di cerchi che ci permettono di aprirne altri. Su tutto quello che era diventato scontato e che mi ha fatto bene riaffrontare per decidere che siamo qui per vivere, non solo per subire la vita. Si chiama “FOLFIRI O FOLFOX”, come i due trattamenti chemioterapici ai quali mio padre si stava sottoponendo, ma suona come una filastrocca scema o come un titolo della Cramps Records. È la storia di un bambino che non crede in Dio e, in un sogno, si fa promettere da suo padre che loro due non sarebbero mai morti. Non ho mai avuto bisogno così tanto di scrivere e comporre un disco. Le fidanzate che ti mollano al confronto sono una gioia. Non ho mai sentito una complicità così profonda nel farlo con i miei compagni d’avventura e un senso così grande e preciso come musicista e narratore."