di Barbara Ferrara

Venezia International Tattoo Convention, la tre giorni di incontri, arte, performance e tattoo contest che fino al 16 ottobre anima le calli della città lagunare, riunisce i migliori artisti internazionali e vede tra i protagonisti di questa sua prima edizione, tra gli altri, Alex De Pase, uno dei maestri più quotati, specializzato nel tatuaggio realistico e nella ritrattistica. De Pase ha un futuro nella ristorazione mancato: “I miei genitori avevano diversi ristoranti, avrei avuto una strada facile, ma non era la mia”. Inizia a tatuare per caso e con scarsi risultati: era un ragazzino di quattrodici anni con la passione del disegno e in mano pochi rudimentali attrezzi del mestiere, niente di più, se non un destino segnato: diventare non solo uno dei maggiori esponenti del tatuaggio realistico nel mondo, ma far entrare un percorso di studi dedicato al tatuaggio in una istituzione accademica. Un riconoscimento e una conquista senza precedenti “una delle mie gratificazioni più grandi” sottolinea Alex De Pase, oggi direttore e docente presso l'Accademia di Belle Arti di Udine.


Affascinati dal suo mondo lo abbiamo intervistato per capire cosa si nasconde dietro quella che sembra una delle tante moda in crescita continua, secondo l'Istituto Superiore di Sanità sono oltre sette milioni gli italiani che hanno un tatuaggio. Ecco cosa ci ha raccontato.

 

Nel 2009 in America si ritrova tra i migliori 10 tattoo artists al mondo "Tattoo Dream Team: Best of the Best" e nel 2011 tra i 25 artisti del tatuaggio più ricercati del mondo : che effetto fa?
E’ un incredibile soddisfazione, quando vivi della tua passione e hai dei bei risultati la gratificazione è enorme.
Come si arriva a tali riconoscimenti?
La qualità di quello che proponi è la chiave di tutto. Io sono riuscito a proporre qualcosa al di sopra della media in un momento storico in cui il tatuaggio era piuttosto piatto. Mi occupo di ritrattistica e realismo a colori e quando ho iniziato io non c’era niente del genere in giro, poi c’è stato il boom.
Come nasce questa passione?
Da un grande amore per il disegno, ho conosciuto una persona che tatuava con metodi rudimentali, un ago attaccato a una penna: è stato lui a passarmi il testimone. Lavoravo a mano con aghi da cucito, poi ho costruito le mie macchinette, all’epoca reperire qualsiasi genere di materiale era molto difficile. Tramite una ditta americana mi procuravo il necessario e da lì sono partito.
Ha appreso il mestiere sul campo?
Sì, ho studiato molto, ma da autodidatta. Senza studi arrivi fino a un certo punto: mi ero accorto che non sarei andato oltre così mi sono appassionato allo studio della storia dell’arte e del disegno. Successivamente c’è stata la svolta lavorativa.
Cosa occorre per farsi (ri)conoscere e apprezzare?
A oggi la sola bravura non basta, il mondo dei tatuaggi sta sfornando ottimi talenti, ma se a questi non abbini una buona azione di marketing, una certa dose di capacità imprenditoriale, tutto rischia di perdersi. Occorre sapersi muovere in un mercato in grossa espansione.
Cosa ha imparato in questi anni?
A non fermarsi mai, mai accontentarsi. La chiave di tutto è pensare di non essere mai arrivato. Meglio rincorrere sempre un obiettivo più grande di quello appena raggiunto, sia artisticamente che imprenditorialmente.
Vietato essere soddisfatti?
Io non mi sentirò mai completamente appagato per un tatuaggio, anche se fatto molto bene e apprezzato: questa per me è la chiave di lettura che ti sprona e ti spinge ogni volta a dare qualcosa di più.
Un tattoo a cui si sente particolarmente legato?
Facendo ritrattistica mi trovo davanti a persone che attraversano momenti difficili, molto spesso faccio tatuaggi commemorativi: in quei frangenti senti la gratificazione perché sai che stai dando a quella persona qualcosa.
Una storia su tutte?
Quella di un padre che aveva da poco perso il suo bambino di sette anni. Quando ha visto allo specchio il ritratto di suo figlio sulla pelle si è commosso, e al contempo ho colto nel suo viso un minimo di sollievo: quella è la mia vera gratificazione, essere consapevoli di aver dato qualcosa di umanamente importante a qualcun altro. L’aspetto emotivo non ha niente a che vedere con l’aspetto artistico o estetico.
E’ stato membro di giurie internazionali durante svariate convention, farebbe il giudice di un talent come Epic Ink?
Sarebbe fantastico, mi capita spesso di essere chiamato come giudice. Ho una forte predisposizione alla formazione, e sono riuscito a creare per la prima volta nel mondo, un percorso triennale all’Accademia di Belle Arti di Udine. Non era mai successo che le istituzioni aprissero le porte al tatuaggio, una delle mie più grandi gratificazioni.
Qual è il suo metodo di giudizio?
Varia dall’aspetto tecnico a quello artistico, la cosa che più colpisce è l’entusiasmo di chi partecipa a queste gare, mi rivedo all’inizio della mia carriera e rivivo le stesse emozioni.
Oggi si tatuano tutti, sembra una moda che uniforma più che distinguere.
Occorre distinguere tra tatuaggio artistico e commerciale: c’è il tatuaggio copiato al calciatore e ciò che invece è un’opera d’arte unica, sono due mondi che corrono paralleli senza incontrarsi mai. C’è un mercato del tatuaggio che è simile a quello dell’arte, i miei clienti vengono da ogni parte del mondo, dall’America, Taiwan, Australia, Israele. I clienti ricercano un determinato tipo di firma.
La richiesta più bizzarra?
Quando un cliente a cui avevo già fatto diversi ritratti mi ha chiesto il mio ritratto.
Perché ci si tatua?
Ognuno ha le sue motivazioni, dalla passione per l’arte al puro aspetto estetico e non è necessariamente per esibizionismo come pensano molti. E’ un modo di esternare qualcosa, non tanto agli altri, quanto a se stessi. Un amore, una passione, un desiderio, un dolore o altro, è sempre qualcosa che si ha dentro.