A X Factor 9 ci sono andati vicini. Anzi, vicinissimi. Il secondo posto dietro Giosada, in ogni caso, non è certo stato un insuccesso. Tutt’altro, perché da lì gli Urban Strangers sono riusciti a costruirsi un percorso solido, che porta il 14 ottobre all’uscita dell’album di inediti Detachment. Un disco raffinato, in cui l’elettronica è una componente preponderante e il cui tema principale è, come suggerisce il titolo, il distacco. Ne abbiamo parlato con loro.

 

 

Partiamo dall’album: cosa ci potete raccontare del modo in cui è nato?

Non avevamo una logica precisa da seguire, al momento di scrivere e registrare il disco. Volevamo più che altro fotografare il caos post-X Factor in cui ci siamo trovati. Detachment è un vero e proprio distacco che ci siamo voluti concedere da tutto questo, è una presa di coscienza di cosa stavamo facendo. Il nostro stato psicologico era un po’ particolare: gestire una fan base, le responsabilità, i tempi ristretti… ci ha messo un po’ di paura. Ma man mano che scrivevamo ci siamo fatti forza. Ci ha aiutati molto Raffaele Ferrante, che è riuscito a mettere in pratica quel che avevamo in testa e a creare questo sound che non avremmo mai nemmeno immaginato.

 

Dopo questo “distacco”, cosa vi è rimasto dell’esperienza a X Factor?

Quell'esperienza ci ha formato tantissimo, per cui ci portiamo dietro tutto quanto. È stato senza dubbio il periodo più folle della nostra vita! Lì era tutto quanto così veloce, ma abbiamo imparato che alle volte avere dei limiti, avere poco tempo a disposizione può essere un vantaggio.

 

Da X Factor in poi siete stati un po’ in disparte: una scelta precisa?

Sì. Siamo andati a X Factor perché volevamo una vetrina che ci offrisse visibilità, ma di nostro puntiamo poco all’esposizione mediatica, preferiamo stare lontani dai riflettori.

 

Nei testi di Detachment si percepisce una certa malinconia di fondo…

Siamo sempre stati un po’ depressi! [ridono] Scherzi a parte, abbiamo sempre avuto entrambi questa tendenza a riflettere sulle cose. Questa tristezza e questa malinconia in qualche modo ci uniscono. Ma chissà… magari il prossimo sarà un album solare!

 

Il fatto di cantare in inglese vi permette di puntare all’Europa: ci avete mai fatto un pensiero?

Abbiamo sempre sognato di andare a suonare in Europa. Ma abbiamo anche capito che prima dobbiamo crescere tanto. Dopotutto è una bella sfida, contro l’Europa… e contro il mondo, perché mica ci vogliamo limitare all’Europa!

 

Visto che parlavate di fan base, con i vostri supporter come va?

Abbiamo un rapporto diretto con loro, ci conoscono come persone. E si aspettavano un disco che loro, teneramente, definiscono “di nicchia”. Sapevano che sarebbe stato qualcosa di sperimentale. Ed è bello avere sensibilizzato un pubblico che di suo magari non è vicino a questo tipo di musica.

 

La vostra vita è cambiata molto, dopo X Factor?

Alla fine no. All’inizio ti stressa essere fermato per strada per fare le foto anche se non ne hai voglia, oppure accendere il cellulare e leggere centinaia di giudizi su quello che fai. Ma il distacco è stato anche da tutto questo, abbiamo imparato a conviverci.