di Fabrizio Basso
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La rivoluzione Afterhours è doppio album che si intitola Folfiri o Folfox, che sembra uno scioglilingua ma sono due trattamenti chemioterapici. Da una esperienza intima, privata, drammatica, Manuel Agnelli ha tirato fuori una energia nuova, che si respira nelle 18 canzoni che compongono il disco. Li abbiamo incontrati e intervistati a Milano. Mentre, tra instore e concerti, gli Afterhours si preparano a portare in giro per l'Italia il disco, Agnelli è entrato alla perfezione nel meccanismo X Factor, che nell'edizione 2016, in partenza a settembre su Sky Uno, lo vede nel ruolo di giudice insieme a Fedez, Arisa e Alvaro Soler.

Gli Afterhours nascono a Milano nel 1986 ed esordiscono l'anno dopo col 45 giri My Bit Boy. Il primo album arriva nel 1988 ed è All the Good Children Go to Hell ma il salto di qualità arriva nel 1995 con Germi il primo interamente in italiano e che fa emergere la tendenza alle contaminazioni e alla sperimentazione. La consacrazione definitiva degli Afterhours è quando Mina inserisce nel suo album Leggera una reinterpretazione di Dentro Marilyn dell'album Germi, reintitolata Tre volte dentro me. Sul finire degli anni Novanta, con Non è per sempre, il suono si fa meno ruvido, nella data bolognese del tour dividono il palco con i REM e Manuel Agnelli decide che il nuovo millennio deve dargli tempo anche per progetti personali. Infatti nel 1999 pubblica I Racconti del Tubetto seguito nel 2000 da Il meraviglioso tubetto. Nel 2009 avviene un'altra importante collaborazione per Manuel Agnelli, che duetta con Mina in Adesso è facile, brano scritto dallo stesso Agnelli e riarrangiato con gli Afterhours, contenuto nell'album Facile. Gli Afterhours hanno a oggi pubblicato undici album di inediti.

 


Folfiri o Folfox arriva quattro ani dopo Padania: è tanto tempo.
Abbiamo raccontato quello che ci è successo in questo periodo: il modo e il perché facciamo musica sono legati alla nostra vita, facciamo un disco quando abbiamo qualcosa da dire e non ogni anno.
Cosa vi distingue dagli altri?
Noi raccontiamo storie con un linguaggio che gli atri fanno più fatica a usare. Può essere anche ostico ma ha senso.
Quattro da Padania, abbiamo detto.
Restiamo sulla traccia aperta con Padania, siamo andati avanti nel concetto di sperimentazione canora e della forma canzone. Ma questo è un passo ancora più in là: la scrittura ritorna a una comunicazione più scoperta, più immediata e comunicativa. E’ un disco più caldo di Padania, la cui estetica e artwork erano il congelatore. Qui per il nome e le tematiche ci tocca in maniera più profonda. Dal vivo saremo molto energici, Padania era più difficile da suonare.
I testi sono più centrali rispetto al passato.
Non parliamo di elementi che si possono interpretare in modo diverso. Non è un disco auto-compiacente. Parliamo di reazione alla malattia, c’è il passaggio dalla sofferenza all'energia. Ci sono chiusure di cerchi: liberarsi di quello che hai dentro e ripartire. In sala prove ci siamo trovati subito d’accordo: è storia mia ma la volontà e la ricerca del linguaggio e cosa raccontare o non raccontare è una scelta comune del gruppo.
Ritorna spesso la parola Dio.
E' vero, è in tanti brani ma nel disco c’è pure tanta mancanza di Dio. Quando ti manca una persona molto cara certe domande te le fai o te le rifai. Il disco parla di un passaggio di energia: la sua figura è la razionalizzazione del passaggio di energia. Tra noi c’è chi è ateo e chi no, il mio rivolgermi a Dio è uno sfogo. E sia chiaro non è il Dio della religione cattolica.
Parliamo di elaborazione di un lutto.
Mi sono trovato bambino abbandonato e subito dopo adulto. Succede a chi perde i genitori. Non pretendo venga condiviso questo passaggio. Ci sono voluti quattro anni non per scriverlo ma per maturarlo, noi usiamo la catarsi che nasce dallo scrivere e il suonare per espellere le tossine. Per questo spesso cantiamo cose pesanti, negative, scure che poi è quello che sappiamo fare meglio. I musicisti che possono mettere queste tossine nella musica sono fortunati. Mi sono trovato bambino e ora adulto come non mai: sono padre da tanto tempo e quello mi ha fatto svoltare, non sono un post adolescente ritardato.

 


Non è comunque mai mancato l'impegno sociale.

Abbiamo appoggiato i teatri occupati, abbiamo suonato in centri sociali. Sono iniziative meno appariscenti. Non avere un certo tipo di visibilità è un limite. Discutiamo per il riconoscimento della figura professionale del musicista, sul Siae e quello che le sta accadendo intorno. Voglio legittimità e visibilità per portare a buon fine certi progetti.
Visibilità come il suo collega di X Factor Alvaro Soler?
Alvaro è meraviglioso, solare, positivo, non sciocco, lo invidio molto…è anche per questo che facciamo dischi diversi, noi siamo i tristoni.
Ma siete veri.
Ho sempre voluto essere felice, forse ho sbagliato strada. Ci sono tanti che fanno i maledetti perché è affascinante e funziona. Io credo ci si diverta di più giocando.
Teme, temete critiche?
Non siamo un partito politico, non facciamo religione, non dobbiamo rispondere a una assemblea di farisei o a tavole della legge. Facciamo cose che ci piacciono e in quanto tali sottoposte a critiche. Vogliamo far uscire cose che non sono nell’immaginario della gente. Non vogliamo essere prevedibili. Noi siamo rock, se ci mettiamo a fare pop possiamo anche saperlo fare ma non per questo saremo presi sul serio.
Almeno vi piace il Pop?
Ci sono spazi che vorremmo visitare perché siamo in grande di farlo: il pop è Elvis Costello e i Blur, meno Michael Jackson anche se lo rispetto. Vorrei fare dischi liberi senza sentirmi dire che quello non mi appartiene.
Cosa è la musica?
Una trasposizione della società: la musica prodotta dipende dalla società. Negli anni Sessanta e Settanta la società era in fermento, c’era una alternativa sociale, c’era controcultura, c'erano le comuni, soprattutto c'era gente con meno paura di sperimentare.
Poi cosa è successo?
Negli ultimi trent’anni la società si è imborghesita. Oggi sono tutti precisi a suonare e nell’immagine ma non ci sono più persone veramente libere, non catalogabili. Gli intellettuali vogliono il controllo per detenere la cultura e non difenderla: Pier Paolo Pasolini andava tra la gente a sporcarsi le mani, la cultura va porta tra la gente e non preservata. Chi fa rock deve fare circolare la nostra visione, la nostra attitudine alla vita a tutti. A me non ha dato mai fastidio vendere dischi e neanche la visibilità perché ti apre tante porte. Se non vogliono si dica che il rock'n'roll è cultura almeno diciamo che facciamo ricerca.
Cosa fa a X Factor Manuel Agnelli?
Vado a XF10 per portare la mia visione della musica e di intenderla. Da una parte hai un grande pubblico. Questi posti vanno occupati per raccontare la propria visione delle cose. E’ una figata che me lo abbiamo chiesto, per loro sono un rischio, potrei essere fuori luogo. E’ un bel segnale il rischio che si assume la produzione.
Teme polemiche?
La polemica porta attenzione, la contestazione è parte del gioco e ci serve. Con la paura del rischio non abbiamo fatto nulla in trent'anni, siamo una generazione di coglioni. Che succederà a X Factor? Non lo so. Deve passare il messaggio che le mani vanno sporcate, le cose vanno fatte anche a rischio di fallimento.
Tra poco si va in tour, con una formazione nuova.
La band è in fase fruttuosa. La vecchia formazione era marcia. Abbiamo fatto l'esperimento di tour teatrale senza sapere se andava avanti e ora siamo qui. Navighiamo a vista, prepariamo ogni disco come fosse l’ultimo.
Chi sono oggi gli Afterhours?
Siamo destabilizzanti come Peter Sellers in Hollywood Party.