Torna Simona Molinari e torna da mamma. Lei che è una delle più belle voci italiane degli ultimi dieci anni pubblica Casa mia ed è il primo disco da...mamma. Sorridente e radiosa, racconta questa nuova avventura artistica, sulla quale ha vigilato Carlo Avarello, suo produttore da sempre, un cane da tartufo nello scoprire giovani talenti e portarli, come accaduto con Simona, al Festival di Sanremo e in tutti i Blue Note del globo. Con Casa mia, l'artista dell'Aquila torna agli amati standard jazz, reinterpretando da Cole Porter a Ella Fitzgerald, da Jerome Kern a Irvin Berlin, da Pal Joey ad Alma Coghan. Aspettando il gran finale di X Factor, che il 3 e il 10 dicembre alle ore 21.10 su Sky Uno offre semifinali e finale, la abbiamo intervistata. E abbiamo scoperto un suo piccolo desiderio.

Simona torna alle origini...
Con gioia e con impegno.
Molto?
Ce ne abbiamo messo tanto, lavorando molto vecchia maniera, il più possibile con la mentalità del buona la prima.
Si è messa dietro un bel gruppo.
Ci sono gli archi e la Roma Sinfonietta, l'orchestra di Ennio Morricone. Luciano di Giandomenico arrangiatore di archi, poi messo tutto insieme.
Sarà dura riproporlo dal vivo.
Farò prima di Natale una anteprima in trio e quartetto archi dove sono nata, all'Aquila. Poi nel 2016 un tour differenziato: qualche data con la Roma Sinfonietta, qualcuna, tipo al Blue Note di Milano, con la mia band e poi vorrei appoggiarmi alle sinfoniche delle varie regioni.
Pesca negli anni d'oro del jazz.
Con la maternità mi sono fermata e ho avuto più tempo per ascoltare, ho una discografia enorme e con le idee che ho messo da parte si potevano fare almeno dieci album.
Cosa ha fatto oltre ascoltare il jazz degli albori?
Ho letto qualsiasi cosa una mamma deve leggere, ho seguito conferenze socio-psicologiche. Per la prima volta sono stata ferma da gennaio a luglio. Non ho cantato, ho avuto un momento di stallo.
Ora?
Devo reimpostare la mia vita, ho messo radici a Milano, città che ho spesso vissuto ma con superficialità. Ora finalmente posso dire di averla ho conosciuta…finalmente ho un nido.
Per altro porta i ragazzi in un universo lontano ma strategico per conoscere la storia della musica.
E’ un grande orgoglio, mi rende felice avere dato uno spunto di ricerca, o solo di curiosità, a tanti giovani. Molti dei mie fan hanno tra gli 8 e i 10 anni, mi auguro crescano bene! Ho voluto mischiare appositamente i generi, per arrivare a più persone.
Quanto c'è di suo e quanto del suo produttore Carlo Avarello?
Non si respira lo spirito di Carlo, neanche il mio: è un disco di divertimento puro. E se sentite qualche imperfezione, che per altro io adoro, vi dico che tutte le grandi orchestre avevano pianoforte scordato. Inoltre con questi standard si può improvvisare e a me piace molto.
Il più difficile?
Every Time we say Goodbye di Cole Porter, una melodia bellissima, ma da interpretare non è semplice. Delle versioni che conosco cantate sono poche quelle che mi piacciono. Sono soprattutto strumentali e la più bella è firmata Keith Jarret.
In questi giorni ci sono alcuni ragazzi che si preparano per la finale di X Factor e magari sognano una carriera come la sua.
Escono cose interessanti dal talent di Sky Uno e proprio per questo forzerei un po' di più con gli inediti.
Farebbe il giudice?
Una domanda difficilissima. Da una parte mi piacerebbe dall'altra mi metto nei panni di quei ragazzi che sanno che da un si o un no dipende il proseguimento del sogno.
La vocal coach?
Quello sì. Mi piacerebbe mettermi in cattedra e insegnare qualcosa ai ragazzi. Essere parte attiva in quel percorso che deve trasformarli da interpreti ad artisti.