Si intitola Tienimi il posto e porta la firma di Erica Mou. Oggi si dice che i veri cantautori sono i rapper. Ma se si ascolta Tienimi il posto, il nuovo disco dell'artista pugliese, sarebbe facile comprendere come esistano ancora dei cantautori. Ci conosciamo dagli esordi con etica ed è stato bello ritrovarla al Medimex di Bari e chiacchierare della Puglia e della musica, di lei e del mondo, della sua chitarra, di come le parole siano materia viva e devono usarle i ragazzi di XF9, tutti i giovedì alle ore 21.10 su Sky Uno.

Erica ci presenta Tienimi il posto?
E' un lavoro fatto veramente con una autonomia pazzesca e che per questo ha i suoi pregi e i suoi difetti.
Ci ha lavorato a lungo?
Ci ho messo il tempo necessario, nessuna fretta, nessuna pressione né freno alle mie idee.
Il lato faticoso?
Assumersi responsabilità delle scelte: stavolta nel bene o nel male ne rispondo io.
Il disco sembra un diario.
E' vero. Conoscevo bene l’argomento, temevo che qualcuno ci mettesse le mani, volevo tutelarlo.
A ogni canzone ha abbinato un video, lei parla, si racconta: una trasparenza inusuale.
Sono comunicativa in generale poi quando la comunicazione è verbale io ci sono.
Si è ispirata a qualcuno?
Mi piacciono The Kooks, li ho visti un paio di volte dal vivo. Li ascoltavo su Spotify mentre raccontavano l'esegesi di ogni brano.
E lei?
Ascoltavo con interesse, il loro disco non mi sembrava figo come i precedenti ma dopo quei racconti lo ho ascoltato con più attenzione e ne ho capito la potenza.
Insomma bisogna parlare.
Magari non dire tutto di tutto, ma dare una chiave di lettura aggiuntiva.
Il titolo che rotta ha?
E' un distacco, una separazione ma non vissuta con tragicità. C'è il sorriso nella tragedia. E' un atto di fiducia.
Due canzoni mi hanno colpito particolarmente: una è Quando eravamo piccoli.

Sono ricordi dell’infanzia, ricordi universali, come quando non arrivavi allo specchio, o facevi il bagno con i fratellini. L'ombelico è l'unica cicatrice vivente di un distacco. Mi servo del passato per guardare il futuro, è un brano soul con arrangiamento black. Ascoltavo un certo tipo di musica, lo ho scritto alla chitarra.
L'altra è Biscotti rotti.
Rappresenta l'imperfezione, la bellezza di essere sbagliati. Nella vita pesco sempre le cose sbagliate.
Tour?
In doppia versione, chitarra, voce e loopstation, come sono nata. Ovviamente con interventi parlati. Poi c'è la versione con la band, che ci viene facile perché hanno suonato il disco.
Nel booklet c'è una pagina di ringraziamenti.
Ringrazio tutti, anche quelli da cui mi sono separata.
Lei si scrive i testi: consigli ai ragazzi di X Factor 2015 per l'inedito?
I miei concetti nascono parlando, se una cosa non la dici non esiste, quindi ragazzi raccontatevi.
In dettaglio?
Nel tempo non c’è niente di più universale del particolare: bisogna saper dare.
Esiste una tecnica?
No, non c’è una tecnica, devi vivere un botto, vivere le situazioni con intensità. Ai ragazzi di X Factor dico di ricordare tutto che prima o poi tornerà utile e di seguire il tempo.
Lei lo ha fatto?
Certo: a 17 anni sbranavo chi mi criticava, a 21 ci piangevo sopra, oggi sorrido e ci penso.