di Fabrizio Basso

Definisce un po' strano il suo progetto musicale, un disco che allontana i fantasmi della mente e che si intitola Niente che non va. Coez viene dal rap e scivola sul cantautorato, quello che ai testi dedica molto tempo. Una volta era impegnato oggi è attento e raffinato. E' un gran bel disco il suo. Pubblica per la stessa etichetta di Skin, che vedremo ogni giovedì alle ore 21.10 su Sky Uno seduta dietro il "banco" dei giudici.

Coez la sua collega Skin giudice a X Factor.
Potrà sembrare assurdo ma non ci siamo mai incrociati ma per me è un punto di riferimento musicale. La ho molto ascoltata negli anni Novanta.
Come la definirebbe?
Una super cantante. Ci sta tra Fedez, Mika ed Elio.
Cosa porta in più?
Le influenze che arrivano dall'estero e che hanno fatto di X Factor un fenomeno mondiale.
Che pensa di X Factor?
Cerca artisti forti a livello vocale, pratica lo scouting 2.0.
In che consiste?
Una volta nelle etichette discografiche c’era chi faceva scouting, andavano nei locali, nelle piazze, cercavano i talenti e se li lavoravano: tutto questo non esiste più.
E qui subentra X Factor.
Esatto.
Funziona?
Direi di sì, ma l'artista deve essere forte. Credo che uno come Marco Mengoni in qualche modo sarebbe uscito a prescindere. Sei hai le palle vieni fuori.
Rischi?
Come hanno detto molti prima di me, il pericolo è di trovarsi impreparati dopo. Per questo dico che la gavetta viene dopo, ma svezzarsi a X Factor è una splendida esperienza.
Ci parli di lei.
Il mio percorso musicale è un po’ strano, nelle mie canzoni si parla poco d’amore. Prima mi guardavo dentro ora mi guardo intorno.
Niente che non va?
E’ il primo disco senza aggressività. Nel precedente Non erano fiori c’era una forte presenza della morte, c’era Dramma nero che parlava del suicidio, c'era un brano che finisce a coltellate. Era un periodo dove ho tirato fuori le mie sofferenze, tutte legate a una storia finita. Ora i testi non sono allegrissimi, restano un po’ tristi ma sono consapevole che le cose vanno come devono andare.
E' amarezza quella nei testi?
La definirei inquietudine: c’è nelle mie canzoni, uno è come è. I mostri restano, impari a gestirli.
Lei come ha fatto?
Un percorso personale, sono stato anche in analisi poi mi sono attaccato alla scrittura. Il primo disco del mio vecchio gruppo si chiama Terapia.
Soddisfatto di Niente che non va?
Musicalmente so che contaminazioni e metrica devono crescere. Still Life è il brano più internazionale, con le chitarre in levare alla London Calling.
Nostalgia del rap, da dove proviene?
Mi sento in una ottima posizione, mai mollato il rap. Ho fatto due singoli disco d’oro in featuring. Se domani voglio uscire con un disco rap nessuno mi contesta. Il bello di Niente che non va è piano e voce, kalimba, brit, rap, fiati….posso giocarmela come voglio.
Il suo punto di arrivo?
E' fare le canzoni, non il genere. Non ho punti di riferimento esteri. Io credo di avere assimilato molto il discorso canzone italiana. Ho scritto 30 canzoni e ne ho scelto 11. Ne sono rimaste fuori di bellissime ma che non si legavano all’atmosfera di questo album.
Prima con Riccardo Senigallia ora con Ceri: come è cambiato il suo modo di lavorare?
Quello con Senigallia è stato più impegnativo a livello mentale. Ma la vera differenza è tra il primo Figlio di Nessuno e il dopo Senigallia. Stavolta la fatica è stata più sul finale perché ho anche avuto un blocco. Per questo ho preso lezioni di canto e suonato col gruppo. Mi ha molto aiutato Ceri.
Ma si ritrova ancora nel rap?
Non molto in quello che ha fatto grossi numeri. Mi piace ancora ma sapere che quello che dico in quella forma arriva a una percentuale piccola perché le masse sono giovanissime e magari non mi capiscono mi demoralizza. Io non sono più giovanissimo.
Per il futuro?
Proseguire il mio percorso da cantautore. Ma ora penso al tour.