di Camilla Sernagiotto

Se non un posto in Paradiso, di certo Mika si è guadagnato un posto nell’Olimpo dei mostri sacri della musica pop.
E non aveva certo bisogno di conferme ma, a riprova di quanto detto sopra, in casa Virgin/Emi/Universal Music è stato affisso un fiocco azzurro che annuncia la nascita di un nuovo grande capitolo della rosea carriera dell’artista.
Si tratta del suo nuovo disco d’inediti dal titolo No Place In Heaven, in uscita in digitale il 15 giugno e con il disco fisico il 16, quarta fatica che arriva dopo due anni intensissimi di lavoro creativo dell’artista.
Un album maturo, diverso dai precedenti come ci racconterà Mika stesso nella seguente intervista (rilasciata in occasione della presentazione del disco in anteprima alla stampa tenutasi il 10 giugno a Milano).
Prodotto in collaborazione con Gregg Wells (produttore di Katy Perry, Pharrell Williams, Adele e degli album precedenti di Mika), No Place In Heaven è una miscela esplosiva di doti vocali da urlo (e da urletto) e di rievocazioni di grandi classici del pop targato anni Settanta, da Billy Joel a Elton John fino ad arrivare a Todd Rundgren.
Ma, nonostante le quindici tracce del nuovo disco risaltino forse più di tutti gli altri pezzi di Mika le sue incredibili corde vocali, stavolta una delle sue cifre stilistiche è stata attaccata al chiodo: il falsetto.
Grande protagonista di Life in Cartoon Motion, The Boy Who Knew Too Much e The Origin of Love, qui il falsetto (ossia i vocalizzi altissimi) lascia il posto a melodie più intensamente emotive e meno innaturali. Già, perché in natura solo Mika e Freddie Mercury sono riusciti ad arrivare a prendere note del genere.
Ecco cosa ci ha raccontato l’artista, che noi ben conosciamo anche in veste di giudice di X Factor (pronto a tornare sugli schermi con la nuova edizione del talent show. Il tavolo della giuria di X Factor 2015 lo aspetta: domani a Bologna si terranno le prime Audizioni di questa edizione con migliaia di aspiranti popstar) durante l’intervista in occasione della presentazione stampa di No Place in Heaven:

Buongiorno Mika. Emozionato?
Ogni volta che devo presentare un album mi sento un po’ triste perché devo condividere con altri una cosa che prima era solo per me. Ma questo è anche il bello! Però c’è sempre molto nervosismo. L’emozione è tanta anche perché questa è la mia prima conferenza stampa che posso fare totalmente in italiano.

Ha ragione, ha imparato la nostra lingua benissimo.
Lo devo al francese. Sapere bene il francese mi ha aiutato a imparare in fretta anche l’italiano.

E come mai non ci sono canzoni italiane nel nuovo disco?
Perché cantare in italiano è troppo difficile! La pronuncia, la gola da dover aprire… Ci ho provato ma non mi viene bene. Però per il disco ho collaborato con tanti musicisti italiani, da Lucio Fabbri a Benny Benassi. E ho registrato nello studio di Eros Ramazzotti, che è forse lo studio più bello di tutta Europa. Però la fase della scrittura è avvenuta a Los Angeles, dove ho scritto tutte le mie canzoni. Prima ho provato a scrivere negli studios musicali di Hollywood ma poi ho preferito affittare una casa su internet, portarci computer, piano e musicisti e registrare nel salone. La cosa che non potevo immaginare è la frequenza con cui i turisti passavano davanti a quella casa con il TourBus. Ogni ora si sentiva l’annuncio della loro guida che diceva: “Ed ecco la casa di Orlando Bloom”. Avevo affittato la casa dell'attore senza saperlo.

Ci sono molte differenze tra No Place in Heaven e i suoi album precedenti. Ci vuole parlare di questo cambiamento?
Certo; la differenza è enorme, c’è stata una vera e propria rottura. Mentre prima facevo sempre album molto intensi, lavorati e complessi, stavolta ho voluto creare qualcosa di trasparente, semplice, lineare. Senza metafore, senza situazioni inventate per nascondere le mie storie personali.

Perché questo titolo: No Place in Heaven?
Perché non sto cercando un posto in paradiso; se c’è, bene, se non c’è, amen. Non si tratta però di un titolo triste, anzi: c’è tanta gioia dietro a questo disco. Nella cultura libanese, cui in parte appartengo, parlare di sé non sta bene, è considerato volgare. Con questo album ho oltrepassato questa vergogna, la paranoia di non dover parlare davvero di me stesso. Stavolta parlo di me, di quello che voglio diventare. Credo sia molto più interessante parlare di ciò che si è anziché di ciò che si è stati.

Ci sono stati aspetti negativi legati alla sua esperienza e permanenza qui in Italia?
Le spiagge. I vostri paparazzi hanno gli zoom più potenti del mondo! Anche gli aeroporti sono un disastro.

E aspetti positivi, invece?
Qui in Italia ho imparato a far collimare il Mika pubblico con quello privato. Il vostro calore, la vostra latinità convive bene con la mia cultura libanese. Sarà per questo che in Italia mi trovo totalmente a mio agio. E poi il vostro vino è squisito.

Si è parlato di una collaborazione discografica con Morgan. È ancora nell’aria?
Certo, vorrei collaborare con lui molto volentieri. Anche perché ho scoperto un nuovo Morgan in studio, totalmente diverso da quello davanti alle telecamere di X Factor. Senza le pressioni della camera, ne è uscita un’altra persona, diversa, piena di grinta. In studio suonava tutti gli strumenti con una passione e un entusiasmo indescrivibili. Farei volentieri un bel progetto musicale con lui, però dovremmo isolarci in una bolla, lontano da tutto e tutti, per fare qualcosa di più intimo e introspettivo.

Il pezzo All She Wants è un dialogo con sua madre. Cosa voleva esprimere quando ha scritto quella canzone?
All She Wants è una specie di coming out. Ma non un coming out sessuale, che non è certo qualcosa d’interessante, bensì un coming out esistenziale, una metaforica uscita dal guscio in cui per anni sono stato intrappolato. Quando vieni da una famiglia al cinquanta per cento libanese è tutto più complicato. Parlare di me stesso, dei miei sentimenti, di amore (sia quando il cuore è pieno di gioia sia quando è disintegrato dal dolore) era difficile, fino a pochi anni fa non l’avrei mai fatto.

Da All She Wants emerge un ritratto che è forse quello che sua madre avrebbe voluto per lei. Quando ha capito di non riflettersi in quello specchio?
A quattordici anni. Mia madre devo dire che è orgogliosa di me al 90%. Quel 10% è la voglia di avere un figlio un po’ più tradizionale, un po’ più presentabile alle cene di famiglia, in vacanza dai parenti in Libano… Inoltre mia madre è dovuta diventare una nomade per seguirmi ovunque. Proprio ora è qui a sistemare i vestiti per X Factor!

Che rapporto ha con il suo produttore, Gregg Wells?
Gregg è un poliziotto che odio. Ogni musicista ha bisogno di un poliziotto tanto quanto ogni scrittore ha bisogno di un editore che lo pressa e lo riporta un po’ alla realtà. Gregg Wells è bravissimo nel suo compito da poliziotto, ossia quello di controllarmi. Mi ha aiutato molto a curare l’aspetto musicale; in questo disco tutto è più pulito, lineare, essenziale. Per me è stata una progressione naturale.

Ci parli dei Good Guys che ha messo a titolo nell’omonimo brano.
Sono miei eroi, da Andy Warhol a David Bowie. Sono persone che hanno cambiato la direzione del vento e che sono riusciti a mantenere un alone di mistero che li rende ancora più affascinanti. E poi c’è James Dean. Perché è James Dean.

In Italia ha conosciuto qualche Good Guy da aggiungere alla sua lista?
Sì: Dario Fo.

Come saranno gli allestimenti scenici del tour?
La prima tappa, quella del 10 giugno al Fabrique di Milano, sarà diversa a livello scenico dalle restanti tappe. Sarà essenziale, volutamente semplice. Il resto del tour, invece, avrà concerti con scenografie collegate alla copertina dell’album. Io sembro un mimo nella cover e proprio come lui mi trasformo e racconto tante storie diverse. Ho preso spunto dal futurismo italiano.
Nei concerti amo molto la fattura handmade, il “fatto a mano” che rende le cose più autentiche. A un mio live non vedrete mai degli schermi al led perché non fanno parte della mia personalità. A me piace creare un ambiente di fantasia con la carta. Spero che gli show vengano bene, vorrei che risultassero più come un balletto anziché uno spettacolo pop.

Come mai nel nuovo album non c’è traccia di falsetto?
Oddio, mi ci avete fatto pensare solo ora! Non me ne ero accorto. Credo che il motivo stia nella volontà di fare un disco fragile, non artefatto. Ma lo so fare ancora il falsetto, giuro!

Oltre a scrivere musica, sta anche lavorando a un libro. Ci vuole anticipare qualcosa?
Non è un romanzo ma un diario. Scrivere romanzi è la cosa più difficile che ci sia: creare personaggi, approfondirli… troppo difficile. Il diario che sto scrivendo è intimo, divertente, sincero. Si passa da un capitolo che parla di mio nonno in Siria a uno in cui descrivo la mia frustrazione al supermercato. Attraverso ogni pagina potrete entrare in ogni aspetto della mia vita.