di Barbara Ferrara

“Tendenzialmente sorridente, positivo e in questo momento un po’ stanco”, è così che si definisce Luca Argentero in occasione della conferenza stampa di Pericolo Verticale, nella sede milanese di Sky. Insieme a Simone Gandolfo, regista e creatore di questo suo nuovo action reality (in onda dal 22 gennaio, ogni mercoledì alle 22.00 su Sky Uno HD e disponibile su Sky On Demand e Sky Go), l’attore racconta come è nata l’idea del progetto e come si è sviluppata. Ne parla con l’entusiasmo di un bambino: “Tutto quello che vedrete non ha niente a che vedere con la fiction, è un documentario vero sulla vita vera, con persone vere”.

Insieme all’amico, collega e compagno di lavoro Gandolfo, sottolinea, oltre ai dovuti ringraziamenti, la straordinaria umanità e il naturale eroismo dei protagonisti di Pericolo Verticale: guide alpine, medici, verricellisti e piloti di elicotteri addestrati a intervenire in situazioni limite a quattromila metri di altezza. Il regista ricorda inoltre la particolarità del contesto in cui si sono trovati a girare, “bisognava catturare l’azione mentre l’azione avveniva. Abbiamo giocato in punta di piedi senza essere di intralcio. L’intento era raccontare la vita vera come se si trattasse di un film americano, e ci siamo riusciti”.

In attesa che il sipario si apra sullo sfondo di una natura incontaminata e spesso ostile come la montagna della Valle d’Aosta, leggi l’intervista a Luca Argentero, produttore, conduttore e narratore del programma.

Come nasce Pericolo verticale?
L’idea è venuta a Simone Gandolfo circa cinque anni, è stato un lungo lavoro, la progettazione, i mesi di riprese, la post-produzione, i contributi e adesso eccoci qui…Non mi commuovo perché sono un uomo fatto e finito.
Tre aggettivi che descrivano il docu-reality?
Adrenalinico, spettacolare ed emozionante.
Cosa ha reso così “adrenalinica” questa sua nuova avventura?
Il fatto che a decidere è sempre la natura, tu sfidi te stesso, ma c’è una variabile non calcolabile che rende tutto imprevedibile. E’ questo ciò che rende la sfida appassionante, se così non fosse, non sarebbe altrettanto bella.
Al di là del programma, la montagna è anche una sua passione?
Si,  è la mia seconda casa, parte della mia famiglia ci vive, mio padre è un maestro di sci, mio zio è una guida alpina, fin da bambino loro mi hanno fatto fare di tutto. Lo sci è e resta la mia più grande passione.
La montagna come palcoscenico di storie vere: ma è proprio tutto vero quello che vedremo?
Sì, è tutto reale, noi ci siamo limitati a seguire ciò che accadeva davanti ai nostri occhi. La volontà era quella di raccontare una storia, una storia che rispecchiasse la realtà. E come dice Simone Gandolfo, non c’è nessuna morbosità o voyeurismo. Piuttosto molta umanità.
Ci racconta come è stato girare sulla scena degli incidenti mentre gli uomini del soccorso alpino erano impegnati a salvare delle vite umane.
Molto intenso, dovevamo stare attenti a documentare il loro lavoro senza essere di intralcio. Tutto succedeva esattamente in quel momento. E le riprese passavano in secondo piano. Cosa significa? Che abbiamo addestrato le guide alpine a girare, e se la guida-operatore si trovava in determinate situazioni, abbandonava la camera e prestava soccorso alla squadra.
Le storie che avete documentato sono tutte a lieto fine?
Purtroppo no, gli incidenti sulla neve sono di drammatica attualità, diciamo che ci sono state storie che potevano andare peggio, alla fine è la natura che decide, sempre e comunque. La montagna è un territorio inaccessibile e come tale va vissuto.
Qual è la sua più grande paura nella vita?
La malattia.
E sul set di Pericolo verticale, qual è stata?
Durante le riprese più che paura ho provato qualche momento di sconforto per alcune scene ma niente di più.
Un aneddoto che ricorda con particolare intensità?
E’ successo quando un soccorritore si è trovato a prestare soccorso ad un suo amico in difficoltà, davanti a lui, per un attimo ha perso la sua lucidità, è stato un momento molto toccante. Straordinariamente umano.