di Fabrizio Basso

Bisogna sempre lasciare lo spazio per l'ultimo tatuaggio. Ma ce ne sarà mai uno ultimo? Lo dice col sorriso Omar Pedrini, artista bresciano tra i più geniali e tatuati degli ultimi vent'anni. Dai Timoria a una carriera solista passando per una storia da gourmet e un ruolo da papà. Quando gli impegni non lo costringono lontano da casa si diverte a guardare, ogni giovedì alle ore 21.10 su Sky Uno HD, Best Ink, che definisce "divertente e credibile".

Omar Pedrini: già in vacanza o ancora al lavoro?
Sto ultimando il disco che uscirà a ottobre. Dopo sette anni torno con un album di inediti.
Festeggia con un tatuaggio nuovo?
Non so, non si decide a tavolino.
Quanti ne ha?
Non lo so, li ho contati fino a cinque, sei...ho quasi tutto il corpo tatuato.
Ricorda il primo?
Certo. E purtroppo non lo ho più, lo ho coperto con un altro. Sono pentito di questo gesto.
Perché?
Mi sembrava brutto. Me lo fece un amico che aveva imparato in galera a tatuare. Me lo fece con gli aghi.
Che dolore!
Era un guerriero. Sono quelli che si chiamano roots, radici, che sono l'antitesi dei classic, che di solito sono la donnina, il cuore, il marinaio.
Un tattoo fatto in casa.
Esattamente, un home made. Poi in seguito sono passato a quelli fatti con tecniche più moderne. Ma quello mi spiace non averlo più. Era un Mohicano, aveva la cresta come i punk. Oggi la cresta ce l'hanno i calciatori che vogliono fare i fighetti. Per me rappresentava la sofferenza dei popoli oppressi.
Che rapporto ha col dolore?
Amo il dolore da tatuaggio. E' vergognoso farseli fare sotto anestesia. Il dolore fa parte della conquista.
L'ultimo?
Un regalo di Nicolai Lilin, un fratello.
Nel libro di Lilin Educazione siberiana i tatuaggi sono importanti.
Io lo conosco da prima che sia diventato un autore di culto. Siamo amici da tempi non sospetti, mi ha regalato un disegno che ho tatuato sull'avambraccio e ne ho fatto anche un quadro che è appeso a casa.
Ce lo racconta?
Ha una sua simbologia ed è articolato su più figure.
Siamo pronti.
Un teschio con un toppa da chiave sulla fronte che rappresenta la caducità umana; c'è anche una corona che testimonia la mia bontà d'animo. Una colomba col cuore trafitto da una freccia è l'operazione che ho avuto. Un serpente che si morde la coda è un simbolo alchemico medievale. E poi c'è la picca siberiana, un coltello particolare che mi ha anche donato nella realtà.
Ha ancora spazio?
Un po' sulla pancia. La schiena è finita. Ho anche libera una gamba.
E' bulimico?
No. Al massimo uno all'anno. C'è gente che in due anni si riempie... si perdono la magia, il rito, il richiamo.
La infastidisce chi si copre di tattoo in poco tempo?
No, perché non sono uno snob. Ma, ripeto, si perde il fascino. Da ragazzino facevi chilometri per un tatuaggio, oggi te li fanno praticamente a casa.
E quando avrà finito la pelle?
Mai! Deve sempre esserci lo spazio per l'ultimo.
Le piace Best Ink?
Mi diverte. E' realistico. Quando posso lo guardo.
Lei ha due figli. Emma Daria è nata lo scorso aprile e dunque è un po' presto, ma Pablo ne ha 17...
Ha fatto il primo. Me lo ha chiesto e lo ho accompagnato io ad Ancona dal mio amico Tommaso Buglioni, Tom per il mondo dei tattoo e ha iniziato il suo percorso.
Cosa ha scelto?
Come me un OHM sul petto.